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Sorpasso della Spagna sull’Italia: sbaglia chi minimizza la cosa

In Commenti on 29/05/2018 at 05:19

È notizia di alcune settimane fa il sorpasso della Spagna ai danni dell’Italia in termini di ricchezza a parità di potere d’acquisto, recuperando

«un ritardo storico, che sembrava consolidato e, quello che è peggio per noi, la distanza è destinata ad aumentare a nostro svantaggio» (v. “La Stampa”, 21 aprile 2018).

Come se non bastasse, il Fondo Monetario Internazionale prevede che, entro il 2023 gli spagnoli saranno più ricchi – sempre a parità di potere d’acquisto – del 7% circa rispetto agli italiani.

Già la notizia in sé è alquanto deprimente, ma la cosa ancora più impressionante è che non solo nel 2008 l’Italia vantava un PIL del 10% più alto rispetto a quello del Paese iberico, ma che quest’ultimo, nel quinquennio passato, ha pure toccato livelli di crisi ben superiori alla sia pur delicata situazione del Belpaese.

A corollario, abbiamo le – oneste – parole di Josep Borrell, già ministro spagnolo dell’Industria, a colloquio con Francesco Olivo de “La Stampa” (idem):

«Ci sono stati anni nei quali avvicinarsi all’Italia era un segno di progresso, adesso può succedere il contrario, decisiva è stata l’uscita dalla crisi».

L’ex presidente del Parlamento europeo ha aggiunto che, per la Spagna post-dittatura, il confronto con l’Italia sembrava quasi sproporzionato, avendo, quest’ultima,

«le industrie più potenti e le infrastrutture migliori e a noi sembrava un modello».

Ma ora, in cosa Madrid è migliore di Roma?

Innanzitutto, nel turismo e la qual cosa risulta particolarmente grave, giacché l’Italia, come si legge in un rapporto PwC del 2009, possiede il più ampio patrimonio culturale a livello mondiale con oltre 5.500 tra musei, monumenti e siti archeologici (2.300 in Spagna), 24 parchi nazionali (14 in Spagna), 43 siti Unesco (40 in Spagna), 3.274 giardini storici (90 in Spagna), 176 prodotti DOP e IGP (140 in Spagna), 358 vini DOC e DOCG (73 in Spagna).

Anche il capitolo agroalimentare ha visto l’Italia soccombere nei volumi.

Le cause del sorpasso, ovviamente, possono essere varie.

L’FMI ritiene che le riforme fatte in maggior misura e con maggior determinazione e incisività in Spagna possano spiegare l’arretramento dell’Italia (i cui politici sono forse un po’ più “attenti” al c.d. ciclo elettorale).

Per altri il problema risiede nell’alto debito pubblico, pari ad oltre il 132% del PIL (contro il 100% circa della Spagna), motivo principe dello spread BTP a 10 anni quasi doppio rispetto al Bonos di pari durata: l’economia italiana è, di fatto, a torto o a ragione, ritenuta «poco affidabile», come dice anche Borrell (v. idem).

Sicuramente, è più vincolata nelle manovre di bilancio.

Non ci convince affatto, invece, quel che, sempre su “La Stampa”, leggiamo:

«Complici del sorpasso, i prezzi spagnoli, che restano sensibilmente più bassi dei nostri e le proiezioni demografiche più basse delle nostre, con l’effetto di spalmare la ricchezza su meno abitanti».

Al di là del discorso relativo ai prezzi (non è che l’Italia abbia subito particolari dinamiche inflattive), non appare corretto “incolpare” della retrocessione italiana gli aspetti demografici, per almeno due motivi: 1) in realtà, il tasso di natalità tricolore è minore di quello iberico (1,36 contro 1,41); 2) avere un numero più basso di popolazione non porta – a meno di elevate differenze economico-strutturali tra le realtà nazionali, ma non è questo il caso qui in commento – maggior ricchezza, anzi, è vero il contrario, come testimoniano i vari timori (non solo dal punto di vista previdenziale) relativi a invecchiamento della popolazione e denatalità.

CONFRONTO FUORVIANTE?

Alla brutta notizia del sorpasso, più di un commentatore nostrano ha risposto che il confronto Italia-Spagna è fuorviante.

Per esempio, durante la puntata di Omnibus (La7) del 22 aprile, si è detto che tale raffronto risulta sviante e inopportuno perché, tra le altre cose, il Paese iberico è più piccolo dello Stivale. Questo ragionamento può, al limite, essere accettato se si parla, per esempio, del Principato di Monaco (che ha poco più di 38.000 abitanti), ma non se si tratta della Spagna, che ha sì una popolazione inferiore all’Italia (di 15 milioni di unità), ma non tale da far ritenere inopportuno un confronto. D’altra parte, Borrell, nel citato colloquio con “La Stampa”, assicura che quella tra i due grandi Paesi del Sud Europa

«era una competizione tra economie tutto sommato paragonabili».

Inoltre, a dare – indirettamente – conferma a quanto stiamo affermando, è Lucio Poma, responsabile scientifico industria e innovazione di Nomisma, il quale ha dichiarato che

«noi la gara non dobbiamo farla con la Spagna ma con la Germania che a sua volta è cresciuta del 2,5% ed è il nostro vero competitor sul fronte dell’export» (v. “La Stampa”, idem).

Ora, a parte che l’export rappresenta solo una voce – sia pure importantissima – nei confronti economici tra Paesi, la domanda è: se l’Italia (60,60 milioni di abitanti) può e deve competere con la Germania (82,67milioni), perché la Spagna (45,60 milioni) non sarebbe degna di competere con il Belpaese?

Poma non lo spiega ma è orgoglioso di puntualizzare che

«in termini assoluti siamo più ricchi noi: il Pil pro capite è di 35.091, il loro è di 32.056».

Inoltre,

«il nostro Pil viaggia attorno a 1.700 miliardi di euro e il loro sui mille».

A spiegare – giustamente – l’inutilità del valore corrente del PIL nei paralleli internazionali, ci pensa Enrico Giovannini; l’ex Presidente Istat ed ex ministro del Lavoro, sempre su “La Stampa” (idem), dichiara:

«Il Pil a valori correnti è sbagliato, non dobbiamo proprio guardarlo. Perché quello che importa è il Pil a parità di potere d’acquisto: è così che va fatto il confronto tra economie di paesi diversi».

E la Spagna sta meglio dell’Italia su vari fronti. Prosegue Giovannini:

«La differenza ha a che fare con alcuni elementi ben precisi: il primo è la produttività ed il secondo è il tasso di occupazione. Basta guardare l’indicatore Better life dell’Ocse per scoprire altre differenze».

E, come scrive Paolo Baroni, il giornalista del quotidiano torinese che lo ha intervistato,

«la Spagna in base alla classifica sulla qualità della vita dell’Ocse è al 19° posto su 38 Paesi e noi siamo staccati di sei posizioni. E su 11 grandi indicatori (abitazione, reddito, occupazione, salute, ecc), in 8 casi prevale la Spagna e solo in tre casi ha la meglio l’Italia».

Anche un altro intervistato da “La Stampa” (idem), il Professore di Economia Politica all’Università di Torino Pietro Garibaldi, dice la sua.

Se è condivisibile quando ammette che

«Il vero punto su cui [gli spagnoli, nda] sono molto più avanti di noi è […] la flessibilità contrattuale»,

lo è un po’ meno quando dichiara che

«loro il nostro contratto a tutele crescenti ce lo invidiano visto che hanno il doppio di noi di precarietà».

Va detto, infatti, che il contratto a tutele crescenti (che comunque noi, nel complesso, non avversiamo) cancella il fenomeno del precariato pressoché solo nei rilevamenti statistici; inoltre, non solo la differenza nel tasso di occupazione che vedeva l’Italia avanti di un 5,9% a giugno 2017, si è assottigliata al 5,1% a marzo 2018 (Dati Eurostat), ma la percentuale di laureati spagnoli che lavorano è del 72,3%, contro il 61,3% dei “colleghi” italiani…

Torniamo ad essere d’accordo con il Docente di Economia quando questi conclude l’intervista affermando che

«[gli iberici, nda] hanno meno debito e quindi meno vincoli di bilancio. E comunque quella spagnola è un’economia con elementi di dinamismo maggiori dei nostri, tant’è che ha assorbito relativamente bene tutta l’immigrazione degli ultimi 15 anni».

Nonostante, aggiungiamo noi, una crisi economica – anche nel settore dell’edilizia – più marcata di quella tricolore.

Inutilmente “orgogliosamente nazionalista” risulta l’intervento di Giulio Pedrollo, vice presidente di Confindustria, il quale – sempre sullo stesso giornale piemontese – dopo aver detto, citando i PIL dei due Paesi, che

«quella italiana è un’economia ben più grande di quella spagnola»

(ma, sopra, abbiamo già spiegato, con Giovannini, l’insensatezza di fare confronti attraverso prezzi correnti), proclama che

«l’Italia è anche la seconda manifattura d’Europa con una quota del 2,3% sul valore aggiunto manifatturiero mondiale, dietro alla Germania (prima col 6,1%), mentre la Spagna è quinta con l’1,3% […]».

Ora, a maggior ragione, proprio questo dato dovrebbe tutt’altro che inorgoglire – e tranquillizzare -, giacché la Spagna è riuscita a superare l’Italia nonostante sia portatrice, in ambito manifatturiero, di un valore inferiore. Figuriamoci cosa avrebbe fatto se non avesse avuto questo handicap, o quello relativo alla disoccupazione, informazione, anche questa, tirata fuori da Pedrollo per vantare Roma rispetto a Madrid!…

L’esponente confindustriale fornisce anche il dato relativo al numero di acquisizioni di imprese tra i due Paesi:

«tra il 2000 e il 2017 l’Italia ha acquisito 149 aziende spagnole contro le 109 italiane acquisite dagli iberici».

A parte che il computo prende in considerazione periodi in cui l’Italia era – come fu per molto tempo, ed è stato detto anche sopra – un’economia ben più avanzata di quella spagnola (il problema che stiamo trattando, infatti, è il profondo arretramento tricolore), la differenza non è, tutto sommato, strabiliante per un Paese quale l’Italia che, a detta del dirigente confindustriale, quasi “straccia” la Spagna: 40 acquisizioni in più in 17 anni significano solamente 2,35 operazioni in più ogni 12 mesi. Ben poca cosa, dicevamo, per un Paese che, a leggere i numeri che snocciola Pedrollo, dovrebbe surclassare l’altro…

E vediamoli, questi numeri, messi in evidenza dal responsabile per la politica industriale di Confindustria:

«Secondo il Credit Suisse Global Wealth Databook un adulto italiano ha una ricchezza di 223.572 dollari contro i 129.578 di uno spagnolo. Cumulativamente, si parla di 10.853 miliardi di dollari per l’Italia (3,9% della ricchezza mondiale) contro 4.845 miliardi in Spagna (1,7%)».

Accanto a questi dati, però, si dovrebbe anche riportare il fatto che, sempre secondo il medesimo istituto elvetico, lo Stivale, nel 2016, presentava 11 mila milionari in meno rispetto all’anno prima e che pure la ricchezza media risultava in lieve calo.

Detto ciò, va specificato che il Rapporto della banca svizzera somma tutto il patrimonio detenuto dall’individuo, compresi casa e risparmi, per cui, poiché quello italiano è un popolo non solo tra quelli maggiormente propensi ad avere la casa di proprietà, ma anche tra quelli, storicamente, con il più elevato livello di risparmio privato, non c’è da meravigliarsi di quei valori, che però poco dicono nell’ambito di un reale confronto internazionale, tant’è che l’Italia – anche qui – nonostante questi numeri si è fatta superare dalla Spagna, detentrice di valori più bassi.

Comunque, alla fine del suo discorso (che iniziava con l’affermazione, alquanto boriosa, che «tra Italia e Spagna non c’è gara»), Giulio Pedrollo ammette che

«l’Italia cresce meno della Spagna e degli altri partner Ue».

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