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Concorrenza fiscale: chi l’osteggia è ostaggio dell’ideologia

In Commenti on 18/05/2018 at 15:40

In un articolo de “L’Espresso” del 4 marzo 2018, in cui si tratta il post-caso Embraco, Fabiano Schivardi, Professore di Economia all’Università Luiss di Roma, dice:

«Molti miei colleghi parlano di ‘concorrenza fiscale’, ritenendola un fattore positivo. Io penso invece che sia necessario parlare di dumping, perché questa concorrenza verso il basso non porta benefici. Anzi. È una pratica assolutamente negativa».

Affermare quanto abbiamo appena citato equivale, tecnicamente, a criticare un commerciante che, a parità – se non a superiorità – di qualità, vende un prodotto ad un prezzo inferiore rispetto ai concorrenti.

Tacciare di “concorrenza al ribasso” la competizione in ambito tributario significa avere una prospettiva ideologicamente talmente distorta della realtà da desiderare, persino, di ristabilire

«un equilibrio, condiviso con la popolazione» «per armonizzare i regimi fiscali nella Ue» (cfr. idem).

A condividere questa balzana idea di un’aliquota unica a livello di Euroarea, vi è anche l’economista Thomas Piketty (tra i più famosi studiosi della disuguaglianza), per il quale l’unico modo per invertire la rotta sarebbe – appunto – creare un fisco europeo per i profitti, con una base comune e aliquota unica, che finanzi un fondo per gli investimenti nell’Eurozona (cfr. idem).

Ora, va benissimo l’istituzione di questo fondo, ma non può essere finanziato attraverso una sorta di imposizione fiscale sovranazionale, che vorrebbe dire, tra l’altro, eliminare buona parte di quel poco che resta, in termini di sovranità, ai singoli Stati membri: il potere tributario.

Ciò detto, prevedere un’aliquota uguale per tutti i Paesi, senza considerare le varie differenze (strutturali, reali, sociali, culturali, storiche, ecc.) all’interno di ciascuno di essi, rasenta il fanatismo economico.

Uno dei timori di tali – comunque rispettabilissimi – economisti è rappresentato dal fatto che una corsa al ribasso delle aliquote, possa portarle non solo allo 0%, ma addirittura ad una percentuale negativa, consistente nel

«sussidiare i capitali per attrarre investimenti» (cfr. idem).

Questo timore è completamente infondato: perché uno Stato dovrebbe pagare per attrarre capitali se tale attrazione non dovesse portargli alcun beneficio? Per fare un esempio pratico: perché un concessionario automobilistico dovrebbe pagare il potenziale cliente affinché questi compri l’auto? Che vantaggio ne trarrebbe? È allora evidente che un Governo sarà disposto a incentivare l’arrivo di capitale solo se questo porterà benefici, come, per esempio, lavoro e future entrate tributarie.

Diverso sarebbe il caso in cui lo Stato, per finanziare queste agevolazioni, soprattassasse i contribuenti di medio e basso livello; ma per evitare tale eventuale ingiustizia, non è necessario abolire la concorrenza fiscale nell’UE, concorrenza che, anzi, noi vorremmo vedere “applicata” anche all’interno dell’Italia (su base quantomeno regionale) per dare origine ad un circolo virtuoso e ad un autentico processo di “responsabilizzazione amministrativa”. Per avere conferma di quel che stiamo dicendo, è sufficiente andare a vedere quel che accade, ad esempio, in Svizzera, dove i vari Cantoni possono farsi una sana competizione fiscale, senza che a perderci siano i lavoratori o i servizi erogati.

Va infatti detto che, per attirare ricchezza a lungo termine, non è sufficiente lo stimolo economico, essendo necessario, anche, offrire un insieme di servizi – in senso lato – di una certa qualità e affidabilità.

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