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Dazi e “contro-dazi”, ritorsioni vere e ritorsioni fasulle, ovvero: chi ci perde e chi ci guadagna veramente? (continuazione)

In Analisi on 04/05/2018 at 05:35

Nel precedente articolo, citavamo Federico Rampini, il quale, su “la Repubblica” del 4 marzo 2018, scriveva che

«il protezionismo estremo oggi viene praticato dalle due nazioni più grandi del pianeta, Cina e India. Alcune regole del gioco sono sbilanciate in loro favore, anacronistiche».

L’ex corrispondente dalla Cina del quotidiano italiano, sul settimanale elvetico “Azione”, aveva già trattato l’argomento; sul numero del 5 febbraio 2018, per esempio, scriveva:

«È la Cina la patria del protezionismo da decenni. Su molti prodotti occidentali applica superdazi che sono il quintuplo di quelli americani. Costringe le aziende straniere ad investire sul suo territorio imponendo dei soci locali che rubano segreti industriali e tecnologici. Questa è la globalizzazione che piace a Xi Jinping. Sono regole asimmetriche. Queste regole sono superate e danneggiano tutto l’Occidente».

Da tali parole si comprende – qualora ce ne fosse ancora bisogno – che “ad avere torto” (ci si passi questa espressione) è il grande Paese asiatico e non la potenza americana, per cui la reazione di quest’ultima è legittima e più che comprensibile.

Tra l’altro,

«Nel gioco delle rappresaglie – scrive ancora Rampini su “Azione” del 9 aprile 2018 – i cinesi hanno molto da perdere e Trump lo sa. La loro fragilità è racchiusa in uno squilibrio cinque a uno: tanto è il rapporto tra le esportazioni cinesi in America e il loro reciproco. In una situazione così sbilanciata, e con i dazi cinesi che già partono da livelli molto più alti (anche il decuplo: un’auto americana è tassata al 25% in Cina, un’auto cinese al 2,5% in America), la capacità di rappresaglia è limitata».

In effetti, analizzando i numeri concernenti la “battaglia dei dazi”, la superiorità americana emerge molto chiaramente:

  • Valore dei dazi imposti dagli USA alla Cina: 55 miliardi circa;
  • Valore dei dazi imposti dalla Cina agli USA: 3 miliardi;
  • Prodotti cinesi a cui saranno applicati nuovi dazi da parte statunitense: 1.300;
  • Prodotti statunitensi a cui saranno applicati nuovi dazi da parte cinese: 128.

Fonti: Dipartimento del Commercio USA, Euler Hermes Economic Research.

Sarà anche per tutto questo che, come scrive Massimo Gaggi sul “Corriere della Sera” del 3 aprile 2018,

«La Cina per la prima volta è costretta sulla difensiva quanto a pratiche commerciali scorrette e abuso della proprietà intellettuale, mentre la Corea del Sud firma un accordo commerciale molto favorevole agli Stati Uniti».

Non appare quindi condivisile la dichiarazione di qualche analista dell’ufficio studi della Copernico sim, secondo cui

«Molti colossi del Dragone sono in grado di mantenere gli attuali tassi di crescita anche ipotizzando un calo della domanda americana» (v. “L’Economia – Corriere della Sera”, 3 aprile 2018).

Tra l’altro, nonostante Pechino abbia fatto negli ultimi anni passi in avanti enormi, potremmo, sotto certi aspetti, definirlo “Gigante dai piedi argilla”, giacché, come scrive ancora Rampini (v. “Azione” del 2 gennaio 2018),

«il sistema economico e finanziario cinese nasconde alcune fragilità molto importanti: sistema bancario malato e altissimo debito pubblico 300% del Pil».

Non è perciò nelle condizioni ottimali per poter continuare a fare quel che vuole, ignorando le “proteste” che le giungono da Occidente.

Anche la minaccia – diffusa da SGH Macro Advisors, ma non si sa fino a che punto autentica – di lanciare quella che viene ritenuta la sua bomba finanziaria più potente, consistente nella vendita dei Treasuries Usa che detiene (la Cina è il Paese straniero con il maggior numero di Titoli di Stato statunitensi), non sarebbe un atto intelligente e lungimirante. Infatti, Pechino si priverebbe di un importante, prestigioso e affidabile strumento di investimento, a fronte, “solo”, di un temporaneo “grattacapo” arrecato a Washington.

“Solo”? Beh, sì, “solo”. E la controprova, seppur parziale e indiretta, si avrebbe se fosse vero quello che dicono alcune fonti cinesi, e cioè che il Paese della Grande Muraglia abbia, nelle ultime settimane, smesso di comprare Buoni del Tesoro USA. Questi ultimi, infatti, non avrebbero subito alcun particolare movimento (se si eccettua un picco – subito rientrato – a quasi il 3% il 21 febbraio, dovuto però ad altro, cioè al timore di politiche monetarie più restrittive alla luce di un’economia che sta accelerando più del previsto) nonostante la Cina non abbia garantito la consueta quota in acquisto.

Anche per quel che si è detto finora, è inoltre bizzarro ipotizzare che

«la minacciata guerra commerciale degli Usa» possa far «aumentare gli scambi tra Europa e paesi emergenti, con la conseguenza di ridurre il ruolo del dollaro» (cfr. “L’Economia – Corriere della Sera”, 3 aprile 2018).

FRONTE RUSSIA

Sia pure per altri motivi, anche la Russia starebbe pensando ad una sorta di ritorsione nei confronti di USA ed UE.

Nello specifico, vorrebbe abbandonare sia il Dollaro sia l’Euro nelle transazioni di petrolio, utilizzando la moneta nazionale, d’accordo con Turchia e Iran.

Ammesso che realmente si realizzi questo cambiamento, non crediamo che ciò costituisca un problema per Washington e Bruxelles. Infatti, non solo i tre Paesi che metterebbero in atto questa rappresaglia producono non più di 15.000.000 di barili al giorno, contro i 45.000.000 circa della top 12 (esclusi Russia e Iran) (Fonte: CIA World Factbook – Gennaio 2018), ma tutti gli altri Paesi del Globo continuerebbero ad adoperare la valuta statunitense per la compravendita del greggio.

Ancora una volta, sarebbe, insomma, semplice propaganda.

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