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Bitcoin: è una balla che sia una bolla

In Analisi on 15/03/2018 at 08:52

«I Bitcoin sono una moneta virtuale, una delle oltre 1.300 valute virtuali in circolazione, che prendono il nome di cripto-valute. Virtuali perché, a differenza di euro, dollari e sterline, non esistono banconote fisiche essendo costituite di fatto soltanto da codici, ovvero da una serie di numeri. Ma soprattutto, e questa è la grande rivoluzione, questa moneta non transita da alcuna banca» (v. AltroConsumo, dicembre 2017).

Nata nel 2008, questa cripto-moneta ha avuto “stratosferici” apprezzamenti e forti ribassi tanto che tali movimenti hanno indotto molti a pensare che il Bitcoin rappresenti una bolla.

In finanza, la bolla (il cui scoppio, in letteratura, è giustamente ritenuto pressoché imprevedibile) è

l’«aumento anomalo del prezzo di un bene o di un’attività, reale o finanziaria, non giustificato dall’andamento dei fondamentali di mercato e tipicamente accompagnato da alti volumi di scambio, a cui fa seguito un crollo dello stesso nella fase di scoppio della bolla». (v. Enciclopedia Treccani)

A tale corretta definizione, aggiungerei che, perché si possa parlare davvero di “bolla”, è necessario che l’eventuale crollo del prezzo sia totale, cioè che la quotazione arrivi a zero, non essendo sufficiente un calo, sia pure importante, del valore; in quest’ultimo caso, infatti, si potrebbe parlare di notevole deprezzamento, di ragguardevole svalutazione, di amplissima volatilità, ma non di bubble, concetto che deve andare di pari passo con un rischio concreto di esplosione.

Tutto ciò non è presente nell’andamento del Bitcoin, il quale, se è vero che ha subìto, dopo una eccezionale ascesa, un considerevole ridimensionamento, è anche vero che ha mantenuto e sta mantenendo – con trend essenzialmente positivo – una quotazione ben più alta rispetto a quella di partenza.

Inoltre, questa moneta virtuale ha delle caratteristiche (sotto certi aspetti, potremmo anche parlare di “fondamentali”) che la rendono più simile – per esempio – all’oro (il quale può subire scossoni, anche ampi, ma nulla di più) che non a quei beni (e a quelle attività) suscettibili di essere prede indifese di manipolazioni varie o carnefici spietati per “superiori” fini speculativi (new economy negli anni Novanta, mercato immobiliare nel 2000, ecc.).

Al fatto che il “creatore” del Bitcoin abbia fissato la quantità massima in 21 milioni di unità (la qual cosa aiuta a non farla svalutare oltremodo), si aggiunge la blockchain[1], tecnologia che dà “sostanza” alla cripto-valuta sotto tutti i punti di vista.

Come scrive Massimo Gaggi su “la Lettura – Corriere della Sera” del 4 febbraio 2018,

«con la blockchain non c’è più bisogno di un database centralizzato e del potere dello Stato che ne garantisce l’autenticità: quei dati sono impressi in modo indelebile, come scolpiti nel marmo, della catena dei blocchi. Impossibile modificarli».

L’inviato del “Corriere della Sera” a New York aggiunge:

«A pensarci bene, la criticatissima bolla speculativa dei bitcoin è anche lei una testimonianza dell’efficacia di questa catena: la criptovaluta ha visto crescere il suo valore perché c’era la certezza che nessuno avrebbe potuto falsificarla e, quindi, inflazionarla moltiplicandone l’offerta».

Vero, ma proprio tale certezza contribuisce a dare un valore “reale” a questa moneta virtuale, mettendola fortemente al riparo da bolle, siano esse speculative o meno.

Inoltre, lo “scudo” dall’inflazione, in realtà, è dato non solo dall’impossibilità di falsificazione, ma anche dal già citato limite quantitativo stabilito, come detto, in 21 milioni di unità.

Pensare, dunque, che una valuta virtuale così ben strutturata possa “predisporre” scenari di bolla finanziaria risulta difficile.

Forse, solo se – improvvisamente e per assurdo – tale moneta non fosse più accettata da nessuno quale mezzo di pagamento e/o di investimento, si potrebbe presentare una situazione di repentinissima e verticale discesa a zero, ma, per come si stanno muovendo privati (sempre più negozi, anche fisici, accettano Bitcoin, il quale inizia ad avere anche speciali bancomat dedicati) e pubblici (i Paesi che l’osteggiano sono davvero pochissimi), ciò appare autentica “fantascienzafinanziaria”, anche perché non vi sarebbe alcuna motivazione vera e razionale perché questo si verifichi.

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[1] (in italiano letteralmente: catena di blocchi) è una base di dati distribuita, introdotta dalla valuta Bitcoin che mantiene in modo continuo una lista crescente di record, i quali fanno riferimento a record precedenti presenti nella lista stessa ed è resistente a manomissioni. La prima e più conosciuta applicazione della tecnologia blockchain è la visione pubblica delle transazioni per i bitcoin, che è stata ispirazione per altre criptovalute e progetti di database distribuiti (argomenti.ilsole24ore.com).

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