Analisi, Commenti, Idee

Una tassa piatta per un’Italia meno sciatta

In Analisi on 08/03/2018 at 10:30

Citando un collega economista, in un mio post di alcuni anni or sono, scrivevo che “l’Italia ha la pressione fiscale della Svezia, ma il welfare dell’Irlanda (dove la pressione fiscale è inferiore di quasi 20 punti percentuali)”.

Al di là della suddetta grave incongruenza, l’attuale sistema fiscale italiano risulta non soltanto esoso e burocraticamente opprimente, ma anche inefficiente (può, per esempio, indurre a lavorare di meno perché guadagnare di più non porterebbe alcun reale vantaggio al contribuente, a causa del superiore scaglione in cui questi sarebbe collocato).

Gli ultimi dati completi e attendibili sull’evasione fiscale (per quanto possano essere attendibili dati su tale argomento) risalgono al 2012/2013 – non ne ho trovati di più recenti -, quando l’OCSE pose l’Italia al terzo posto mondiale, subito dopo la Turchia e il Messico.

«Le dimensioni del complessivo fenomeno evasivo continuano ad essere particolarmente rilevanti e collocano il nostro Paese ai primissimi posti nella graduatoria internazionale»,

furono le parole dell’allora Presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino (v. Libero del 3 ottobre 2012).

Il quale, alcuni mesi dopo, al Forum di Confcommercio, specificò che l’evasione nello Stivale

«è stimata [nei limiti, ripeto, di affidabilità di tali stime, nda] a circa 120-130 miliardi, una dimensione che colloca il Paese ai primi posti nel mondo» (v. il Giornale del 24 marzo 2013).

È in questo avvilente contesto che l’idea della cosiddetta flat tax (letteralmente “tassa piatta”, che prevede, cioè, un’unica aliquota valida per tutti) appare nella sua sensatezza e opportunità, non solo perché abbasserebbe notevolmente la pressione fiscale, ma anche perché semplificherebbe decisamente l’attuale astruso sistema tributario, rendendo, tra l’altro, lo Stato finalmente amico del contribuente e, in prospettiva, più ricco.

Declinabile in vari modi, la flat tax gode di molti estimatori (in tutti i ceti e in tutte le categorie – Confindustria, per esempio, è favorevole, cfr. il Giornale del 6 febbraio 2018), ma ha pure denigratori, i quali, tuttavia, possono perlopiù opporre motivazioni strumentalmente ideologiche e non di merito.

Esaminiamone alcune.

«Non ci sono le coperture»

A parte il fatto che spesso il detrattore di turno dichiara numeri differenti circa l’eventuale ammanco anche a fronte della stessa soluzione prospettata, tale argomentazione non convince per altri motivi.

Alcuni critici, per esempio, tendono a ipotizzare un recupero dell’imponibile evaso pari a zero e ciò non si è mai visto nemmeno negli anni in cui la lotta all’evasione è stata particolarmente deficitaria (al contrario, le proposte prevedono una intensificazione del contrasto e un inasprimento delle pene, proprio perché il contribuente non avrebbe più “alibi”). Tuttavia, anche nell’ipotesi di un calo di gettito tra i 20 e i 40 mld di Euro,

«il rapporto gettito/pil italiano sarebbe ben lungi dal diventare insostenibile ma anzi [nel caso di un -40 mld, nda], si porterebbe al livello di quello tedesco»,

come scrivono gli economisti della Lega nel cui sito web si può ancora leggere, nel complesso condividendo:

«Posto inoltre che il ragionamento di chi afferma che un calo di tasse deve essere finanziato per forza e sempre con un calo di spese è errato, dato che ciò comporterebbe l’assoluta impossibilità di praticare politiche anticicliche, nozione proprio alla base delle fallimentari ricette economiche dell’eurozona, in realtà trattandosi di un cambiamento totale è impossibile stimare numericamente gli esiti dell’introduzione di una flat tax partendo dalla base imponibile attuale. Occorre pertanto rifarsi all’esperienza degli stati in cui questo sistema è stato introdotto. L’esperienza empirica è sinora stata largamente positiva […]».

Inoltre, sempre ammettendo che si presenti una diminuzione delle entrate, questa sarebbe temporanea sia perché già dall’anno successivo il nuovo sistema attrarrebbe – con ragionevole certezza – contribuenti (anche italiani) dall’Estero, sia perché chi finora ha trovato “conveniente” evadere non avrebbe più tale “convenienza” (checché ne dicano certi “psicologi fiscali”), sia perché si innescherebbe un meccanismo virtuoso (e win-win) per cui sarebbe davvero vantaggioso lavorare per guadagnare sempre più, senza timori di scalare scaglioni “mangia-redditi”.

Come si vede, non prendo in considerazione la vendita del patrimonio statale come mezzo per coprire eventuali momentanei ammanchi e ciò non perché non sia favorevole a tali alienazioni, ma perché ritengo che il processo di cessione di beni pubblici debba avvenire senza quella fretta dettata da impellenti necessità di cassa; altrimenti, non saremmo in presenza di una vendita, bensì di una svendita, che non farebbe il bene del Paese ma solo degli acquirenti, magari “amici degli amici”, come già forse avvenuto in passato con il trasferimento di alcuni assets pubblici in mani private.

«Non è giusto che i ricchi paghino la stessa aliquota degli altri»

I contribuenti che dichiarano oltre 100.000 Euro l’anno sono a malapena l’1% del totale (dati al 2015); ciò vuol dire che le aliquote alte non solo “toccano” semplicemente 415.000 persone circa (per un gettito inferiore al 17% del totale) ma, probabilmente, spingono molti a evadere (e, si sappia, le operazioni di individuazione e recupero dell’evasione sono lunghe, costose, difficoltose e incerte nell’esito) o a cambiare – lecitamente – residenza fiscale.

E a pagare in Italia restano i ceti più bassi…

Inoltre, se è vero che l’aliquota sarebbe la stessa per tutti, non lo sarebbe l’effettivo esborso percentuale, dato che sono previste deduzioni in base alle reali e particolari situazioni di ciascuno.

Anche nella versione ad aliquota unica al 23% (quella che, sulla carta, avvantaggerebbe in misura minore i ceti medi perché è la quota che già pagano oggi – personalmente sono per una inferiore al 20%), chi ha un reddito lordo tra i 30.000 e i 70.000 Euro, otterrebbe risparmi tra i 1.804 e i 6.696 Euro (v. il Giornale del 6 febbraio 2018).

Per quanto riguarda le imprese, la verità è che le grandi realtà hanno i mezzi per andare a pagare lecitamente le imposte all’Estero, come fa, per esempio, FCA, la quale paga le tasse in Olanda. Forse, con una ragionevole tassazione “piatta”, la Fiat Chrysler Automobiles e tutta la holding di Casa Agnelli tornerebbero a contribuire al benessere della Penisola…

Quindi, affermare che la flat tax aiuti – solo – i facoltosi, non corrisponde al vero.

«È anticostituzionale perché non prevede la progressività»

Questa è un’accusa che, in verità, sta scomparendo, poiché un po’ tutti hanno capito che la succitata presenza di deduzioni (oltre all’innalzamento della soglia dei redditi esenti) rende assolutamente e concretamente progressiva l’imposta.

Sempre facendo riferimento all’eventuale aliquota unica al 23%, chi ha un reddito lordo tra i 30.000 e i 70.000 Euro, otterrebbe risparmi tra il 27,41% e il 47,95%. Come scrive “il Giornale” del 6 febbraio 2018,

«il rapporto fra l’imposta “risparmiata” e l’imposta attuale dimostra la progressività della flat tax».

«Solo chi opera nella Ragioneria dello Stato o nella Corte dei Conti potrebbe fare piani corretti»

La maggior parte (se non la totalità) dei conti pubblici elaborati dalla Ragioneria dello Stato, nonché quelli esaminati dalla Corte dei Conti, sono di pubblico dominio, per cui tutti possono, se ne hanno le competenze, trarre conseguenze e proporre programmi per il futuro sulla base di numeri corretti.

Ancor di più hanno accesso a quei dati i membri della Politica che hanno il compito di governare o l’aspirazione a farlo.

Se così non fosse, dovrebbero essere i – non eletti – responsabili di un Dipartimento del Ministero dell’Economia e delle Finanze e/o della Magistratura contabile a provvedere alla gestione economico-finanziaria della Cosa Pubblica…

«È presente soltanto in Paesi con forti disuguaglianze sociali e/o ex comunisti»

Se è vero che la maggioranza (non la totalità, posto che nella lista c’è, per esempio, anche il Belgio, cofondatore dell’attuale UE) dei Paesi che adottano la flat tax sono dell’ex Blocco comunista, è anche vero che essi presentano una disuguaglianza inferiore non solo rispetto ai tempi del comunismo (e qui Kuznets potrebbe spiegare il fenomeno, almeno in parte), ma anche rispetto (dati Oxfam Italia) a vari Paesi privi della “tassa piatta”. E pure laddove i valori negativi sono ancora alti, c’è, quasi sempre, un costante miglioramento.

Il Belgio (flat tax del 12%), poi, vive una disuguaglianza sociale inferiore – e non di poco – rispetto all’Italia.

Annunci