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Calenda si arrenda: le sue armi, nell’UE, sono più che spuntate

In Analisi on 27/02/2018 at 16:03

Sul caso Embraco, Carlo Calenda ha dimostrato un – alquanto – insolito dinamismo battagliero in UE nel lodevole, ma vano, tentativo di far restare in Italia la società del gruppo Whirlpool. Non intendo pensare che il suddetto vigore del ministro sia dovuto solo a interessi elettoralistici (sebbene c’è chi dica che altri casi simili, in passato, siano stati trascurati), tuttavia, se non si è in presenza di una strumentale sollecitudine da parte del Responsabile dello Sviluppo economico e del Governo tutto, stiamo però assistendo a sforzi inutili, compiuti da chi, con ogni probabilità, lo sa perfettamente.

Infatti, al di là della dichiarazione “di circostanza” dell’azienda brasiliana, rilasciata all’ANSA il 26 febbraio («Embraco è consapevole delle proprie responsabilità nei confronti dei propri dipendenti e si impegna a lavorare in stretta cooperazione con i rappresentanti sindacali, le autorità di governo e locali al fine di trovare soluzioni adeguate e praticabili per tutte le persone coinvolte»), ciò che più conta è quel che si è letto su “La Stampa” due giorni prima, in un articolo (il quale, tra l’altro, mostra l’ipocrisia e la furbizia dell’Unione Europea nel non dare, in prossimità delle elezioni italiane, ulteriori motivi di deplorazione agli eurocritici) a firma dell’inviato a Bruxelles Marco Bresolin:

«Sul tavolo della commissaria alla Concorrenza ci sono anche le richieste avanzate da Carlo Calenda sulla vicenda Embraco, in particolare l’apertura di una indagine sull’utilizzo slovacco dei fondi UE. Per Bruxelles è difficile che ciò accada, ma la risposta con il “no” secco arriverà soltanto a urne chiuse».

In effetti, tale tipo di spostamento e delocalizzazione non è frutto di scorretti aiuti di Stato o di sleali utilizzi di sussidi comunitari, ma deriva da convenienze legittimamente poste in essere da Stati membri nel rispetto delle regole comunitarie (ad esempio, per il post-Brexit, Facebook, Credit Suisse e UBS hanno già spostato i servizi informatici dalla Gran Bretagna in Polonia).

Nel caso della Slovacchia, essa presenta un’interessante ed efficiente politica del lavoro, nonché un semplificato e favorevole sistema fiscale (flat tax al 19%, v. “il Giornale” del 31 gennaio 2018) tali da attrarre imprese da altri Paesi, soprattutto da quelli – come l’Italia – in cui vige un opprimente ed esoso impianto tributario e contributivo.

Alla luce di ciò, se è umanamente comprensibile indignarsi per il cinismo di un’impresa che “scarica” centinaia di onesti lavoratori esclusivamente per questioni economiche, non ha assolutamente senso prendersela con uno Stato che, lecitamente, pone le condizioni per attirare realtà imprenditoriali da oltreconfine.

In questo caso, quindi, è meglio abbandonare la via della polemica internazionale e concentrarsi sui dossier relativi alle offerte (secondo varie fonti, una italiana nell’automotive e l’altra israeliana nel fotovoltaico) che potrebbero rimpiazzare le attività di Embraco. Al momento, sarebbe l’unico modo serio e costruttivo per salvare il salvabile.

Dopodiché, il Belpaese impari dall’esperienza e, invece di piagnucolare per inesistenti torti subiti, metta in pratica, finalmente, tutto quel che serve (ad iniziare da un Fisco rinnovato e da una burocrazia alleggerita) per trattenere e attrarre imprese, lavoro, investimenti e ricchezza.

Le idee ci sono, speriamo arrivi anche il coraggio.

 

 

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