Analisi, Commenti, Idee

USCIRE DALL’EURO?

In Analisi on 25/03/2015 at 15:51

A distanza di alcuni anni, e approfittando di una breve ma gradita pausa, ho modo di ritornare – probabilmente solo per questa volta – a scrivere sul blog. Lo faccio alla luce di quel che ho letto e sentito – sia in tempi remoti, sia recenti – sull’eventuale uscita di un Paese della zona Euro dal “Circolo” della moneta unica.

Fermo restando che tale valuta è stata concepita alquanto tendenziosamente e costruita abbastanza maldestramente e che qualche realtà nazionale ha voluto farne parte (per ambizione e/o per opportunismo politico di certi governanti, nonché per una errata concezione di orgoglio nazionale) in modo quantomeno precipitoso, non intendo – né mi interessa – dire, in questa sede, se sia opportuno o meno per uno Stato appartenente al suddetto “Club”, uscirne.

Mi limito freddamente ad affermare che esiste una modalità per farlo, senza paventare conseguenze eccessivamente traumatiche, come invece avviene da più parti, spesso in maniera più ideologica e interessata che tecnica e distaccata.

La modalità è la seguente: si può uscire dall’Euro e, nello stesso istante in cui lo si fa, “ancorare” la propria nuova (vecchia) moneta all’Euro stesso (o altra valuta forte) o percentuale di essa. Tale “ancoraggio” potrebbe avvenire tramite il cosiddetto corso flessibile di cambio, forma capace di garantire stabilità ed elasticità (anche, e soprattutto, in ambito monetario, al verificarsi e al sorgere di determinate situazioni, necessità e problematiche). Naturalmente, il Patto di stabilità e crescita – che spesso si è dimostrato miope ed asfissiante – non sarebbe più necessario rispettarlo, ma ciò non deve assolutamente distogliere i governi né da una sana e saggia ricerca di abbattimento dei costi, né dall’approntamento delle auspicate riforme strutturali, entrambe politiche fondamentali a prescindere dalla valuta adottata.

Ciò detto, è vero che l’abbandono dell’Euromoneta potrebbe prevedere alcuni (momentanei) svantaggi, che, per un Paese come l’Italia, si tradurrebbero, per esempio, in una più forte difficoltà nel piazzare proprie obbligazioni, ma è altrettanto vero che simili difficoltà (leggasi: tassi esosi in fase di collocamento) ci sono state anche quando, nonostante la presenza dello “scudo” dell’Unione economica e monetaria, lo spread con i pari-durata tedeschi superava i 300 punti base. E non si può né si deve, evidentemente, sempre sperare in una politica espansiva da parte della BCE!…

Inoltre, va ricordato che una certa speculazione finanziaria internazionale spesso non tiene proprio conto, nei suoi obiettivi, di alcun “fondamentale”, tecnicamente e classicamente inteso; e poi, come afferma Bruno Amoroso, professore di Economia Internazionale presso l’Università danese di Roskilde (Euro in bilico, Castelvecchi), “[l’]esperienza dimostra che la speculazione finanziaria si concentra preferibilmente sui grandi sistemi monetari (dollaro, Euro, ecc.) e in misura minore sulle piccole aree valutarie”.

In ogni caso, la già accennata possibilità della Banca Centrale nazionale di svalutare e rivalutare la divisa in base alle varie contingenze – endogene ed esogene -, dà un vantaggio non indifferente, come dimostra, per esempio, la decisione di Paesi UE come Regno Unito (tra l’altro, principale piazza finanziaria d’Europa), Svezia e Danimarca (tra le realtà continentali più stabili e dinamiche) di conservare la propria sovranità monetaria.

A corollario di tale aspetto, il già citato professor Amoroso osserva che l’Euro “avrebbe dovuto garantire i singoli Paesi dalle speculazioni valutarie e finanziarie rispetto alle quali le monete nazionali erano più facilmente esposte e rendere possibile, grazie ai vantaggi da questa indotti, una maggiore crescita economica e occupazione. I dati a disposizione [OECD, Economic Outlook, giugno 2008 – interessante per “fotografare” la situazione a 10 anni circa dall’istituzione dell’Euro, nda] ci consentono oggi di concludere che le valute nazionali si sono rivelate le meno esposte alla speculazione finanziaria degli ultimi anni, mentre sono proprio i Paesi che hanno aderito all’Unione economica e monetaria e al Patto di stabilità e crescita quelli che hanno richiamato l’attenzione della speculazione internazionale e ne hanno pagato maggiormente le conseguenze economiche e sociali. La zona Euro nel periodo del decennio (1998-2008) – cioè prima della crisi finanziaria di cui si parla oggi – ha registrato un tasso di crescita inferiore del PIL e della produttività per occupato e un tasso di disoccupazione di due punti superiore rispetto ai Paesi dell’Unione europea con valuta nazionale. La stessa tendenza si registra rispetto all’inflazione, che ha oscillato intorno al 2 per cento per i primi e al di sotto per i secondi. La bilancia dei pagamenti è stata in equilibrio nella zona Euro, ma con forti differenze tra i vari Paesi, mentre Svezia e Danimarca hanno registrato un surplus”. La prima, tra l’altro, non gode, a differenza della seconda, di introiti legati al petrolio ma beneficia di una politica del corso flessibile di cambio.

“Una valutazione complessiva”, continua Amoroso, “mostra una debole crescita economica della zona Euro aggravata dalle forti differenze registrate tra i vari Paesi. Sono queste differenze che, con la crisi del 2008, hanno rivelato la fragilità di questa costruzione [l’UEM, nda] e fatto riemergere conflitti e competizioni tra gli stessi Paesi che maggiormente si erano impegnati nel processo d’integrazione”.

Il vincolo che detti Paesi hanno con l’Euro e con la politica della BCE costituisce, per il Professore, “una camicia di forza che ha impedito di prendere contromisure economiche e monetarie per contrastare la speculazione e ridurne le conseguenze sociali. […] L’abbandono delle monete nazionali dei Paesi dell’Eurozona ha fatto sì che la pressione speculativa si eserciti sull’ampliamento del differenziale degli interessi richiesti per i titoli tedeschi e quelli di altri Paesi”.

In conclusione: l’Euro, sicuramente funzionale per chi viaggia e per chi opera nell’Eurozona (assenza di cambio, bilanci aziendali stilati in una sola valuta) avrà senso ed efficacia se non verrà vissuto dogmaticamente né percepito irreversibilmente.

D’altra parte, il Trattato che lo ha istituito prevede la possibilità da parte di uno Stato, pur restando nell’UE, di uscire dall’UEM (ma non può essere estromesso dagli altri membri Euro).

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